Di Natalia Di Bartolo – Confronto d’autore tra il Sandokan storico RAI e il suo remake: memoria salgariana, identità tradita e deriva spettacolare.
Fra la storica, datata 1976, e la nuova produzione 2025 del Sandokan televisivo RAI, si apre una fenditura che non riguarda soltanto l’immaginario televisivo, ma tocca il nucleo stesso di un’autorialità che la modernità tenta di rimuovere con la stessa leggerezza con cui moltiplica effetti speciali e sceneggiature. Sono adattate a un pubblico che si presume distratto e tuttavia quella fenditura rivela una verità che nessun artificio digitale può occultare: ciò che nasce dalla letteratura non è sostituibile, perché porta inciso nel proprio corpo il tormento di chi lo ha scritto.

Kabir Bedi, con la sua magnetica presenza originaria, incarnava non un personaggio ma un destino, proiettando nello sguardo la solitudine e la ferocia che Salgari aveva immaginato in un’epoca in cui l’esotismo non era superficie ma fuga necessaria; e se oggi il Sandokan turco Can Yaman si presenta con una correttezza formale priva di anima, non è un problema d’attore, bensì il segno di un vuoto più profondo: la mancanza di una radice letteraria, l’assenza di quella combustione interna che deriva dal dialogo diretto con l’autore, con la sua miseria, con il suo coraggio, con la sua disperata fedeltà alla pagina.

Le sceneggiature nuove, costruite per inseguire ritmi estranei all’originaria trama salgariana, si concedono libertà che non arricchiscono, perché trasformano la Tigre in un pretesto narrativo invece che in un organismo morale, mentre gli effetti speciali a cascata, i virtuosismi visivi, le geometrie digitali dissolvono il vero motore dell’opera: l’immaginazione di un uomo che non vide mai i luoghi che descrisse e che proprio per questo li fece più veri di qualsiasi riproduzione contemporanea. Riemerge così, con una forza quasi dolorosa, la memoria di un tempo televisivo che possedeva mezzi infinitamente più poveri e tuttavia sapeva imprimere un sigillo indelebile: fra gli altri, Philippe Leroy restituiva a Yanez una leggerezza intelligente, una nobiltà ironica che non era posa ma grazia naturale e Adolfo Celi costruiva un antagonista che bastava a se stesso, un volto capace di generare tensione senza necessità di amplificazioni esterne.

Era un mondo forse ingenuo, certo non sofisticato, ma radicato in una cultura dello sguardo che non cercava di sostituire la letteratura: la ampliava, la rispettava, la lasciava emergere, come se sapesse che la pagina non è un materiale da plasmare a proprio piacimento, ma una memoria viva che pretende fedeltà. E qui si compie la ferita vera: nel nuovo Sandokan non è l’attore a perdere, è Salgari, costretto a vedere la propria creatura riscritta senza che ne venga riconosciuto il debito, esiliato dalla scena che dovrebbe appartenergli, cancellato in favore di un prodotto che sceglie la velocità al posto della sostanza, la spettacolarità al posto dell’immaginazione.

Il paradosso, implacabile, è che oggi si possiede tutto ciò che mancava a Salgari e a quella prima produzione: mezzi, tecnica, budget, tecnologie, luoghi reali, studi adeguati; eppure manca l’unica cosa che non si può comprare, né generare artificialmente: la necessità della parola. Salgari scrisse per sopravvivere al proprio dolore, per costruire un altrove che lo salvasse dall’impossibile, per inseguire un mare che non vide e una foresta che non poté attraversare; e proprio per questo il suo Sandokan continua a vivere, anche quando viene tradito, perché porta con sé l’impronta di una sofferenza trasformata in mito.

Il nuovo sceneggiato non regge lo sguardo del vecchio perché non ha attraversato alcuna notte, non ha pagato alcun prezzo, non conosce la fame che genera un mondo. E allora questo confronto allo specchio non è paritario: il Sandokan primigenio, con il volto di Kabir Bedi e la voce di un’epoca che sapeva ancora riconoscere il peso della letteratura, resta nel punto più alto, mentre il remake si dissolve in una brillantezza che non lascia traccia. È in questa asimmetria che si misura la distanza fra un mondo che credeva nella parola e un presente che la sostituisce con l’immagine, dimenticando che senza la prima la seconda non ha radici.
Chi ha perduto non è la televisione di oggi, né il pubblico, né gli attori; chi ha perduto, ancora una volta, è Salgari, perché ogni distorsione della sua creatura è un’ulteriore cancellazione della sua voce, e ogni remake che non rispetta il fuoco di partenza lascia cadere nell’ombra l’unico autore che, nella sua miseria senza redenzione, seppe inventare una tigre destinata a non morire.
Natalia Di Bartolo
Foto dal Web
L'articolo La Tigre tradita: SANDOKAN allo specchio sembra essere il primo su OperaeOpera.