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NINO ROTA: la memoria sonora invisibile del Novecento

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di Natalia Di Bartolo –  Tributo critico al grande compositore nell’anniversario della nascita: la memoria sonora del Novecento, tra cinema, teatro musicale e stile inconfondibile.


Ci sono autori che non appartengono a un’epoca, ma all’immaginario stesso; autori che, pur attraversando i decenni con discrezione aristocratica, finiscono per nutrire la memoria collettiva più di qualsiasi dichiarata avanguardia. Nino Rota è uno di questi. Celebrarne oggi l’anniversario, quello della nascita, avvenuta il 3 dicembre 1911, di cui ricorre il 113°, non significa soltanto ricordare un compositore; significa riscoprire la voce segreta che ha sorretto l’intero edificio del nostro cinema.

Quella di Rota è stata la struttura melodica che ha dato corpo ai sogni di Fellini, alle malinconie viscontiane,  alle architetture teatrali di un’Italia che, senza di lui, avrebbe avuto un suono più povero, più debole, più sciatto. Eppure, la sua figura scivola da sempre fra le linee d’ombra della cultura ufficiale, proprio come quelle sue melodie che sembrano nate da un gesto casuale e invece si imprimono nella memoria come se fossero esistite da sempre.

Se la discrezione è stata la sua maschera, l’ironia si è dimostrata la sua difesa e la naturalezza la sua arma. Rota non scriveva musica, ma “disegnava il tempo”. Gli accordi che accompagnano l’entrata di Mastroianni in Otto e mezzo non riportano lo spettatore a un tema: lo precipitano nella condizione interiore di Guido Anselmi, lo avvolgono nella nostalgia di qualcosa che non esiste se non come promessa mancata. Allo stesso modo, i valzer sospesi de La strada non descrivono il mondo di Gelsomina: lo fondano, lo fanno esistere prima che l’immagine lo confermi. Perché Rota ha avuto l’unicità di dare musica non ai personaggi, ma all’aria che respirano, alla sostanza della loro solitudine, alla trama invisibile in cui il cinema prende forma.

Nino Rota

E mentre l’Italia inseguiva mode orchestrali più gridate, mentre i compositori si dividevano fra dogmi accademici e tentazioni hollywoodiane, Rota restava lì, impermeabile a tutto, fedele a una classicità reinventata, fatta di piccole cellule melodiche capaci di mutare nel corso del racconto come se fossero personaggi viventi. Il miracolo è stato proprio questo: una semplicità apparente che nascondeva architetture sottilissime, perfezioni contrappuntistiche offerte con la grazia con cui si posa una mano sul pianoforte, senza ostentazione, senza vanità, come se la musica fosse stata una necessità naturale.

E poi c’è il volto segreto di Rota, quello che il grande pubblico conosce meno ma che appartiene alla storia del teatro musicale: Il cappello di paglia di Firenze, La notte di un nevrastenico, Lo scoiattolo in gamba. Opere in cui la comicità diventa feroce intelligenza formale, in cui il sorriso custodisce una disciplina da grande architetto del suono. In quel mondo teatrale così raffinato, Rota si rivela nella sua interezza: non più l’accompagnatore della visione altrui, ma l’autore che plasma il proprio teatro interiore con eleganza adamantina e libertà assoluta. Un teatro che parla la lingua del Novecento senza sporcarsi le mani con la retorica delle rivoluzioni fittizie, che vive di invenzioni precise, tagli netti, intuizioni timbriche che ancora oggi suonano come un atto di resistenza alla semplificazione.

In lui convivevano due anime, due direzioni perfettamente compatibili solo in un artista che non ha mai avuto bisogno di dimostrare nulla: il poeta delle immagini e il costruttore di forme. Per questo la sua musica, anche quando accompagna Fellini o Visconti, non si limita a sostenere la scena: la supera, la illumina, la riscrive in anticipo, come se sapesse già cosa lo spettatore avrà negli occhi quando la sequenza sarà finita. È una musica che sa prevedere il ricordo: e lo prepara, lo scolpisce, lo consegna al futuro. Nessun altro compositore italiano ha avuto questa facoltà: non Morricone, che è un visionario; non Piccioni, che è un esteta; non Ortolani, che è un narratore limpido. Rota è un’altra cosa: è il medium di un’Italia che non sa più di essere stata grande e che pure continua a ricordarsi attraverso di lui.

Oggi lo celebriamo perché è necessario farlo, perché il suo suono continua a farsi strada nelle nostre vite anche quando non lo riconosciamo; perché ogni valzer che credevamo dimenticato torna a galla come un frammento di memoria emotiva che ci riguarda e perché la sua musica ha guarito più solitudini di quante ne abbia confessate. Ma lo celebriamo anche perché il mondo lo sta lentamente riscoprendo: orchestre americane che lo programmano accanto a Gershwin, direttori che restituiscono ai suoi temi quella dignità classica che non hanno mai perso, giovani musicisti che trovano in lui la via per una modernità diversa, non urlata, non feroce, non costruita a tavolino.

Nino Rota non appartiene soltanto al passato: appartiene al modo in cui continuiamo a guardare il presente. E ogni anniversario è un pretesto, certo, ma è anche un varco: un passaggio attraverso cui riportare alla luce ciò che rischierebbe di scivolare nel rumore indistinto del nostro tempo distratto. In un’Italia sempre più povera di figure capaci di unire l’altezza e la leggerezza, la tecnica e il sorriso, la maestria e il pudore, Rota resta un esempio intangibile di equilibrio, di sapienza e di stile. Celebrarlo significa ricordarci da dove veniamo. E soprattutto significa ricordarci che, se ancora riconosciamo la bellezza, è perché qualcuno, un giorno, ha avuto il coraggio di scriverla con discrezione perfetta, senza clamori, lasciando che fossero le note, e solo le note, a parlare per lui.

Natalia Di Bartolo

Foto AA.VV. dal Web

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