di Natalia Di Bartolo . “Nabucco” nella grandiosa apertura della Stagione Arena di Verona 2025.
Appare strano a chi scrive che in queste righe la protagonista di una messa in scena d’Opera non sia la musica, ma la regia e non solo. Però, nel caso del “Nabucco” di Giuseppe Verdi, andato in scena in una première folta di pubblico di autorità e personalità di livello internazionale, all’Arena di Verona il 13 giugno 2025, la causa non è lo scarso apprezzamento della parte musicale della messa in scena, anzi: assolutamente gradevole, molto ben cantata e diretta sul podio dal M°. Pinchas Steinberg; bensì l’intenzione di focalizzare l’attenzione esclusivamente sulla messa in scena dell’unico e irripetibile “Creativo” Stefano Poda, artefice di regia, scene, costumi, coreografia e luci.
Conosciuto e personalmente premiato a Volterra nell’agosto 2019 con L’”Ombra della sera”, Premio Cosimo Daddi per le Arti Sceniche, nell’ambito del XVII Festival internazionale del Teatro Romano di Volterra, patron Simon Domenico Migliorini, si rileva in questa sede e si sottolinea che la sensazione nella conoscenza al primo incontro non mente. La “semplicità” e la naturalezza personali nel porgersi sono proprie solo degli intelletti dotati, con la capacità di saper essere sempre se stessi, portando con sè il proprio raro “patrimonio” senza che pesi, anche sui più semplici. L’incontro tra “artisti”, poi, è illuminante per concordia e sintonia.

Dunque, quando ancora Stefano Poda non era approdato all’Arena di Verona, ma aveva già un bagaglio di creazioni sceniche di grande rilievo, come il “Faust” di Gounod del 2015 e la “Turandot” del 2018 al Regio di Torino, era già se stesso e un se stesso in perpetua, incessante evoluzione spirituale e intellettuale. Dato innegabile che si è riflesso e si riflette oggi sulla sua produzione successiva, di respiro internazionale, da quel momento fino ad oggi, all’attuale Nabucco 2025 a Verona; città divenuta una sorta di sua residenza estiva, da tre anni a questa parte, con la sovrintendenza sull’Arena di una assai lungimirante Cecilia Gasdia.

In questi pochi anni molto è cambiato nella sua visione scenica e interpretativa, pur restando fedele ad alcuni punti fermi della sua azione creativa, come l’utilizzo coreografico di danzatori e mimi che affianchino i protagonisti a guisa di espressioni visibili e in movimento del loro sé interiore; e la sua ispirazione alla Moda, di cui è raffinatissimo e coltissimo conoscitore storico e stilistico, sia antica che moderna, con la creazione di costumi di rara eleganza e complessità anche interpretativa. Infatti, da sempre, come accennato, regista, costumista, scenografo, coreografo e molto altro insieme, fino a curatore delle luci, il Poda ha dato da qualche anno più ampio spazio alla tecnologia, ora nettamente presente in palcoscenico, in svariati sensi. Svariati perché si va dalla scelta e dall’utilizzo di materiali tessili di ultima generazione per i costumi, a materiali altrettanto avveniristici applicati alla progettazione e realizzazione di sontuose scenografie hi-tech, apparentemente criptiche e in movimento, intricate di luci ed effetti.

Con il Poda il palcoscenico non resta mai vuoto; e non si tratta di una condizione che possa essere scambiata per un “horror vacui”, che non sussiste. Si tratta invece di inventiva e simbolismo spinti all’estremo, sia nell’ideazione che nell’utilizzo di ciò che la tecnologia teatrale possa offrirgli oggi. Tutto ciò non solo per dare scena, costumi e quant’altro all’opera musicale, ma per coinvolgere lo spettatore in una sorta di “specchio” di se stesso e della propria, spesso inconsapevole, capacità di immedesimazione e personale inventiva. Sarebbe, infatti, espresso desiderio del Poda che il pubblico che assista alle sue produzioni fosse “innocente”, privo di aspettative, per non aver visto mai nulla d’Opera o per aver visto “tutto” ed averlo consciamente dimenticato. Una lettura univoca delle sue messe in scena, infatti, è volutamente impossibile, perché diventa singola, personale interpretazione di chi guardi e si arricchisce singolarmente del bagaglio visivo, mentale, ideologico e culturale dello spettatore. Una sfida nell’essere intellegibile solo al singolo e non all’insieme. Una capacità di piacere o non piacere affatto, ma comunque di cogliere nel segno senza mezzi termini.
In questo Nabucco veronese è protagonista scenica centrale una grande clessidra, che reca in alto la parola latina “Vanitas” , ovvero “caducità”, e lungo la quale scorre luminosa l’intera frase “Vanitas vanitatum, et omnia vanitas”, ovvero “Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Questa frase, tratta dal libro biblico dell’Ecclesiaste, sottolinea la natura transitoria dei beni terreni e la brevità dell’esistenza umana. Dunque la clessidra è simbolo del Tempo, idolo eterno precipuo dell’umanità, che in esso si scontra e s’incontra, guerreggia e ama, vive e muore, in un fluire eterno sempre uguale e sempre diverso, senza soluzione di continuità e senza luogo. La distruzione delle umane opere è governata dal Tempo, che, essendo effimero, tutto trascina e annulla; ma l’umanità ha sempre la capacità di ricostruire…

Così è questo Nabucco, senza tempo e senza luogo, contorto e scisso, come un atomo che l’uomo abbia saputo manipolare. Eppure, alla fine, tutto s’uniforma alle leggi di Natura e la scissione si ricompone: le due parti della materia atomica separate per l’arbitraria azione di sperimentazione umana, per una forza superiore, in questo caso “divina’’, ineluttabilmente si ricongiungono. Sono le due metà di un ipotetico insieme, che fin dall’inizio dello spettacolo campeggiano luminose e singole ai lati della clessidra. Dopo aver subito sorti svariate nel corso dello svolgersi dell’azione scenica, visto che nel finale si uniscono e diventano un tutt’uno, possono essere accostate anche allo Yin e allo Yang della filosofia cinese, due forze opposte e complementari che coesistono e interagiscono nell’universo; non concetti statici, ma aspetti dinamici che si trasformano continuamente l’uno nell’altro.
Un fluire ininterrotto di emozioni, di coreografie coinvolgenti con quattrocento persone tutte in palcoscenico, decine di mimi e comparse che si sfidano quali spadaccini a fil di lama; di costumi dotati di singola illuminazione, di gabbie claustrofobiche che contengono i prigionieri della “Vanitas”, oltre che dell’azione scenica. Un universo visionario che dimostra quanto in profondità sia capace di leggere il creativo Poda nel proprio animo e, di riflesso, in generale, nell’animo umano, e che si spinge coraggiosamente verso il tanto dibattuto concetto di “Multiverso”.

Grandioso, si direbbe “titanico’’ questo Nabucco. Coraggioso, audace, imperterrito, al di là del momento attuale, eppure all’attualità agganciato inesorabilmente. E ancora sicuramente foriero di nuove, venture intuizioni e creazioni sull’eterno palcoscenico del Teatro, che Stefano Poda ama più di qualsiasi altra collocazione per le sue spettacolari creazioni dal vivo, profondamente connesse con la psicanalisi, la scienza, la spiritualità e la sperimentazione.
Natalia Di Bartolo
Foto Priska Ketterer e Arena di Verona
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