di Natalia Di Bartolo – Cronaca della demolizione di un capolavoro in un teatro italiano di oggi da parte di un musicologo affranto.
La prima di uno spettacolo d’Opera è irrinunciabile per il musicologo esperiente. Pertanto, trova sempre il modo di reperire un buon posto, in qualsivoglia teatro d’Opera, pure a sold out conclamato da settimane Per questo Don Giovanni tanto atteso e strombazzato, quindi, il nostro amico si accomoda nella propria preziosa poltroncina al turno A, che, essendogli stato concesso accredito alla penultima recita, gli era stato interdetto e non ci si sofferma in questa sede a sviscerarne il perché.
Il musicologo, in attesa dell’inizio, ignora il folto pubblico dei vipssss e delle numerose cariatidi invitate, che fanno a cazzotti per farsi notare e fotografare dal lato del lifting meglio riuscito; intravede l’alto prelato che si accomoda con religiosa modestia in un posto indietro della platea e viene fatto spostare avanti piú volte tra le autorità; guarda perplesso il palco reale disertato dalle Loro Politicità in visita solo nel pomeriggio in città e misteriosamente e repentinamente volate via senza assistere allo spettacolo; e pregusta la meritata prèmiere.
O almeno ci spera, perché prima dell’apertura del sipario ha luogo, non si sa per quale motivo, la cerimonia di premiazione della costumista della serata, premio Oscar illo tempore, moglie dell’illustre, defunto ideatore delle scene dello spettacolo, mutuate da un celebre teatro italiano per un Don Giovanni di molti anni prima e rivedute e corrette all’uopo. Cerimonia a sipario chiuso, con tanto di mezz’ora di discorso del sovrintendente e del sindaco, consegna della targa di un premio di arcana tradizione, intitolato al Teatro, e di un apolide mazzo di fiori, che fa il giro di mano in mano, prima di arrivare alla destinataria.
Il musicologo freme: quando comincia? Ed ecco finalmente comparire la sinuosa DirettorA d’orchestra, che con le auree chiome raccolte ha rinunciato a diffondere gli effluvi della tanto da lei pubblicizzata lozione per capelli e che dà il via alla serata musicale in sontuoso, angelico abito da sera.
Per farla breve, il musicologo conferma subito a se stesso come sia sempre indispensabile, per scrivere una recensione competente e credibile, assistere al turno A, accorgendosi, però, che nella lenta stanchezza e nella desolante piattezza della concertazione e direzione della MaestrA, al debutto in quest’opera, ma incapace di governare qualsivoglia orchestra e partitura, probabilmente nulla sarebbe cambiato nei turni successivi.
All’apertura immediata del sipario, il musicologo prende, poi, la botta in testa del trovarsi il palcoscenico ingombro da un’auto d’epoca, tipo Isotta Fraschini e dall’ambientazione che sembra fatta apposta per screditare quel poco di civiltà antimafia che la Sicilia, negli ultimi anni, è riuscita immeritatamente a guadagnarsi.
Anni ’30 del secolo scorso…L’intenditrice in sala riconosce molti tratti della moda di regime; il neofita si chiede il perché di tale stravolgimento temporale; ma desolatamente il protagonista Don Giovanni si ritrova ad essere l’unico a vestire panni di cronologica, fantasiosa elasticità. Meno male che la voce c’è, sia pure volutamente al risparmio. Certo è che la blasonata costumista non si è sforzata più di tanto a inventarsi un abito consono a cotanto personaggio.
In tutto questo bailamme, Leporello se la gioca vocalmente abbastanza bene, ma gigioneggiando.
Donn’Anna, imbiondito il crine ad onde, arranca, con un vibrato largo che le fa ballare la voce come avesse un secolo di carriera alle spalle. Il che dimostra quanto sapientemente abbia saputo gestire la propria vocalità.
Donna Elvira, mezzosoprano anziché soprano, le corre dietro quanto ad essere spiazzata e fuori parte.
Lieta sorpresa per le orecchie con don Ottavio, se non fosse caduto, come tutto il resto, nelle grinfie del regista geniale di turno, che lo ha reso mafioso honoris causa.
Nell’abito da sposa di Zerlina, bamboleggiante e statica col suo Masetto, l’intenditrice suddetta in sala riconosce nientemeno che la copia dell’abito da sposa di Edda Mussolini in Ciano. Ma il musicologo freme soprattutto pensando al Commendatore. Costui risulta essere diventato un capomafia, una sorta di Padrino, che gestisce una gang di mafiosi.
Il regista, inoltre, per lasciare impronta di sé in questa produzione, aveva presumibilmente pensato di sostituire la statua, di solito imponente, del suddetto Commendatore con la propria; ma, rientrato questo attacco di “narcisismo overt”, era sceso a più miti consigli e la statua l’aveva evitata del tutto: o la propria o quella di nessuno. E, in un impeto d’ispirazione cinematografica da manuale, in un contesto degno del film “Il Padrino”, ormai in delirio di onnipotenza registica, ha decretato che la morte di Don Giovanni fosse cruenta, a colpi di pistola, a tiro incrociato, per vendetta del defunto boss e facendo morire il protagonista, indecorosamente, a quattro piedi. Si presume ovvia, immediata reazione dall’Averno, dove è venuto a mancare ai diavoli cotanto elemento.
Tutto ciò dimostra che in un intervento registico, concorde con il golfo mistico, che si rispetti, l’importante, si sa, oltre che la fedeltà al libretto, sia la filologia: tutti gli spettatori indubbiamente si sono accorti, poi, del mantenimento del concertato finale didascalico. Ovviamente, fra questi, il musicologo, ormai distrutto e furibondo, e quei pochi presenti che, all’una e passa di notte, non s’erano ancora addormentati.
Si tace dei commenti del pubblico più colto, sia nell’intervallo che alla fine della recita, quando dopo le immani fatiche, tutti i protagonisti della serata si accostano al proscenio per ricevere gli agognati applausi. Ovviamente, all’indomani della prima, si è titolato a gara del successo conseguito: un trionfo! Tutti gli altri turni non saranno sicuramente da meno.
Il musicologo si è rifiutato di rivedere lo spettacolo al turno di semifinale e dunque, venendo a mancare la recensione, si narra in queste righe la semplice cronaca della serata del turno A; mentre il poveretto, per riaversi, si è chiuso in ritiro monacale ad ascoltare tutti i vinili del Don Giovanni della propria infinita collezione. Lì lo si lascia, esprimendogli i più vivi sensi di solidarietà.
Ogni riferimento a personaggi e avvenimenti qui narrati NON è puramente casuale. Nessun diavolo è stato maltrattato nel corso dello spettacolo.
Natalia Di Bartolo
Foto dal Web
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