di Natalia Di Bartolo – Gli “Esperti esigenti” alle prese con le NORME spesso non a norma dei teatri di oggi.
Può capitare oggigiorno, sia pure raramente, di imbattersi sui “mezzi di comunicazione sociale” in pubblicazioni decisamente attraenti e vedere una Primadonna del non lontano passato occhieggiare dalla pubblicità in video di un noto Corso di canto lirico. Inevitabile è soffermarsi ad ammirarla ed ascoltarla parlare: la grande diva afferma che sarà sempre a disposizione dei giovani che vogliano perfezionarsi nella sua Arte, perché…Ed ecco il punto saliente: “Perché il mondo della Lirica non è più come quello di cinquanta o settant’anni fa”.
La motivazione dà subito adito a riflessioni nate e rimuginate da molto tempo da parte degli ormai sparuti spettatori esperienti, immarcescibili frequentatori dei Teatri di ogni dove, che quegli anni li hanno vissuti. Se non i settanta, certamente i cinquanta. Dunque, trovarsi d’accordo con un’icona dell’Opera consente loro di darle e darsi ragione.
Tutta una sequela di esperienze musicali a teatro ha lasciato segni indelebili negli esigenti, che a cinque-sei anni assistettero alla loro prima Opera e la trovarono lunga e difficile, ma ne restarono incantati. S’è perso ormai il conto degli spettacoli visti e da alcuni di loro, poi, anche recensiti, nel corso di una vita, ma quelli dell’adolescenza crearono un imprinting indelebile, che oggi li porta a ragionare in sintonia con la frase suddetta della diva e soprattutto ad avere tutti i numeri per essere definiti “competenti” ed “esperti”.

BELLINI di Francesco Di Bartolo
Saranno pur pedanti, ma per prima cosa “gli esperti” badano al lessico e, al primo approccio con l’argomento, esordiscono che innanzitutto l’Opera non sarebbe “Belcanto” ma “Bel Canto”. Questo ormai attempato neologismo, affermatosi con prepotenza e sdoganato anche sui dizionari, infatti, suscita in loro grave fastidio, come fu per “petaloso” (non gliene ne voglia la Crusca). Quest’ultimo è, per fortuna, ormai scomparso dai vocabolari perché lemma inutilizzato; “Belcanto”, invece, si consolida sempre di più e il fastidio cresce. Citando il Vocabolario della loro sacra Treccani, la seguente è la definizione della parola: “Belcanto (o bèl canto) s. m. [grafia unita di bel canto] (solo al sing.). – In musica, stile di canto caratterizzato da notevole virtuosismo, spesso non legato a reali esigenze drammatiche o sceniche.”
Questa “crasi”, inutile secondo loro, dunque, vorrebbe stigmatizzare uno stile, un genere o un’epoca. Bisogna convenire che il vituperato lemma imperversa ormai ovunque, anche negli sceneggiati televisivi di quart’ordine, con il massimo del disturbo inflitto a di chi sia assertore di aggettivo “Bel” e sostantivo “Canto”. Il Canto può essere bello, ma anche brutto. Il “Belcanto”, invece, costituisce ormai un alibi: è bello comunque, perché è una definizione stigmatizzata, non una valutazione.
Chi può dar loro torto? Di brutto Belcanto, purtroppo, in effetti, attualmente se ne sente non poco.
Il mondo della Lirica è un mondo complicato, né si vuole in questa sede entrarne nei meriti (e nei demeriti). Ma non si può fare a meno, per chi abbia ultra-cinquantennale esperienza d’ascolto, dietro l’input inconsapevole della diva in video, di mettere a confronto il passato con il presente; e il soggetto che balza alla mente dei nostri cattedratici non può che essere il capolavoro del Bel Canto per eccellenza: “Norma” di Vincenzo Bellini, vista almeno un miliardo di volte in scena, nell’ormai mitico “altroieri”, nel valido ieri e nell’oggi e sulla quale concentrare, per esternarle, le motivazioni del proprio ben più ampio dissenso sulla messa in scena odierna dell’Opera in generale. L’aggettivo “discutibile” è il termine più moderato espresso subito in merito e la riflessione si consolida e approfondisce sempre di più.

I primi interpreti di Norma nel 1831 alla Scala
Primo obiettivo, ritenuto doveroso: i Direttori d’Orchestra.
Il più esigente tra gli esigenti è convinto che tutti i Direttori fatichino a capire come si debba dirigere la celeberrima Sinfonia: tanto per fare degli esempi, il direttore tedesco sembrerebbe “ingessato”, quello italiano tutto proteso verso il venturo Peppino, il francese ricamerebbe e l’americano si beerebbe nota per nota con un tutto forte da inno nazionale. Poi, a maggior ragione, si prosegue in coro, affermando che oggi è invalso l’uso di eseguire le sinfonie delle Opere a sipario aperto e si è recentemente assistito perfino alla danza della divina “Sinfonia” della Norma da parte di truppe austriache, in divisa, con tanto di fucili e colbacco. Ma la Sinfonia è un momento “sacro”, secondo gli esperti: è non solo l’introduzione, ma anche il “sunto” stilistico e l’espressione concentrata dei temi e della temperie salienti che verranno espressi nel canto. Andrebbe sempre eseguita a sipario chiuso in qualsivoglia Opera: non è musica da balletto a disposizione delle contorsioni mentali dei registi di nuova generazione.
Lo spettatore di bocca buona, in questo contesto desueto di danzatori in Norma, si distrae dalla musica e il Direttore ne approfitta: appiattisce le dinamiche (tanto non se ne accorge nessuno, crede), rallenta se non deve prendere l’aereo, s’ispira a Mahler o a chi altro preferisca nello stile, se ama quel genere sinfonico, e pare non abbia idea egli stesso di quale sia il risultato finale. Spesso forgia l’andamento agogico secondo il proprio gusto personale: del resto è lui che dirige, quindi, almeno nella sinfonia, si vuole esprimere appieno, perché poi avrà a che fare con i cantanti. Infatti, molti momenti salienti dell’Opera in questione non rispecchiano la consuetudine musicale dei gusti dell’epoca in cui fu composta e questa appare subito caratterizzata da una successione serrata delle parti musicali cantate.
L’azione, in Norma, secondo i dettami del teatro Classico, che prevedevano l’”unità di tempo”, è concentrata in uno spazio temporale volutamente ristretto. Scandita dalle entrate continue dei personaggi sulla scena, deve scorrere fino alla fine con ritmi teatrali serratissimi. Bellini si era lasciato volutamente trascinare dall’inseguire questa “unitarietà”, in contrasto con i dettami della consuetudine operistica, cercando di connettere quanto più fosse possibile, i temi musicali l’uno con l’altro. Tale linea compositiva l’aveva portato a scrivere, fra l’altro, per il primo atto, un finale “anomalo”, privo di “concertato” statico e di interventi del coro: aveva “inventato” un terzetto, in una dimensione drammaturgica intimistica e privata, non aperta e pubblica fino a diventare collettiva: il privato, l’intimo, entrava di forza nel teatro d’Opera nel ruolo di protagonista. Un’innovazione sconvolgente: il Direttore di oggi questo lo sa (talvolta) e fa del suo meglio per dimostrarlo.

Giuditta Pasta prima interprete di NORMA
Nel secondo atto prosegue l’incessante ricerca di continuità temporale, fino a sfociare nel secondo finale “anomalo”. Si giunge alla grande scena conclusiva del sacrificio di Norma con Pollione attraverso fasi musicali e sceniche congiunte fino allo spasimo: il Compositore, ancora, non seguì, quindi, le forme convenzionali: fuse tutto in un unico blocco, fino alla catastrofe-catarsi finale. Ma questo non significa, protestano gli esperienti, che per evitare di velocizzare troppo, si debbano appesantire i tempi nella direzione…o, al contrario, per seguire questo andamento compositivo, accelerarli come non ci fosse un domani.
Generalmente parlando, mancano alla partitura i cantabili con le cabalette di rito che, di solito, rallentano, interrompendola, l’azione drammatica. Bellini, infatti, ha continuato a saldare vocalità ed accompagnamento orchestrale in ininterrotta successione, generando difficoltà immense per tutti.
Sebbene la scena finale rientri nel genere del grande “rondò”, non tutto è composto secondo i “modi” canonizzati. Il compositore intrecciò le varie voci, componendo un insieme in crescendo di tensione, nonostante l’immobilità dell’azione. Da qui è stato rilevato dai più intransigenti spettatori perfino qualche Direttore che ha rallentato fino all’addormentarsi del pubblico, “Perché altrimenti sembra Rossini”.
Bellini, praticamente, non fece altro che lasciarsi guidare ancora una volta dalle esigenze della drammaturgia, più che dalla tradizione compositiva del tempo. Tutto ciò non favorisce la staticità dell’azione, esaltando, quindi, paradossalmente, un crescendo “statico” ma assolutamente dinamico: una vera contraddizione in musica, ma travolgente come non mai. Accade dunque che, talvolta, il povero Direttore venga travolto insieme a tutto il resto.
Il finale di Norma è una scena assolutamente unica nel Melodramma di tutti i tempi: dopo lo sbandamento iniziale, al fiasco della prima alla Scala nel 1831, l’Opera ebbe un’approvazione sempre crescente, fino al trionfo in tutti i più importanti teatri d’Europa. Come sempre, l’immortalità aveva richiesto un prezzo da pagare. E tutt’oggi lo richiede: è un prezzo con cui ci si può giocare l’osso del collo, lì sul podio, dall’inizio alla fine.

Giuditta Pasta
Però, ecco spiegato il motivo per cui pare agli esigenti che non si ritrovi mai un “modo ottimale” per dirigere adeguatamente, nel suo complesso, l’Opera belliniana: perché sembra non appartenga ad alcuno “stile”. Non è neoclassica, non è pre-romantica, non è romantica, non è…È talmente “non è”, da diventare un banco di prova per tutti i Direttori. Nei decenni, ciascun Maestro, anche tra i più autorevoli, sembra che cerchi ancora di forgiarsi una sorta di “stile personale”, rifacendosi pure ai più grandi che lo hanno preceduto. Ma non è scritto da nessuna parte che tali “grandi” abbiano azzeccato “il modo ottimale” d’esecuzione dell’Opera, affermano gli esigenti. E se a questo si aggiunge che, purtroppo, è inveterato anche l’uso di “adattare” la direzione alle capacità e necessità dei cantanti, ecco il Bel Canto di oggi rischiare di diventare Brutto Canto.
Gli esigenti affermano che siano le necessità (e le carenze) della primadonna, soprattutto, ad imperare oggi sui palcoscenici. Nella grande aria di virtuosismo della protagonista, la mitica “Casta Diva”, rimpiangendo la perdita della prima esecuzione di Giuditta Pasta, ai suddetti di palato finissimo “i modelli” possono risultare insopportabili: la Callas per prima, con tutti i suoi pregi, ma anche con tutti i suoi difetti; una Norma storica, ma che è entrata ormai in una sorta di automatismo, per cui “Casta Diva” = Callas, solo Callas, definitivamente Callas. Lo spettatore più esigente discorda in assoluto. E poi ancora la Caballé, definita decisamente più soave, e poi…e poi…MA c’è un MA fondamentale: erano comunque grandi voci. <<Oggi dove stanno queste grandi voci, adeguate alla parte di Norma?>> ci si chiede nel gruppo, in conciliabolo carbonaro. Obiettivamente, ce ne sono davvero poche e quelle poche spesso non approdano ai grandi palcoscenici per motivi che non si stanno qui a sviscerare, ma che la succitata Primadonna del video decisamente sottintendeva. E allora, ecco imperversare le Norme inadeguate. Sulle “voci inadeguate” che cantano Norma oggi, per la gioia degli esperienti si potrebbe scrivere un volume, guardando con una certa tristezza a certe bellissime vocalità ancora giovani che ripiegano sull’insegnamento e ad altre brutte voci che si dispiegano (si fa per dire), sui palcoscenici internazionali. Questione di fortuna? Forse…

Monumento a Bellini a Catania di Giulio Monteverde
I nostri spettatori lamentano Norme inadatte, voci che non hanno idea di cosa stiano cantando, con accanto Adalgise che siano nuovamente indecise se essere soprani, come in origine fu scritto da Bellini, o mezzosoprani, come da tradizione anni ’50 del secolo scorso. Ed ecco allora, oggi, arrivare sui palcoscenici Norme con certe voci da trombone e pure con difficoltà nella zona acuta, alle quali non si possano certo accostare Adalgise dalla soave vocalità sopranile. Così Adalgisa tornerebbe ad essere necessariamente un mezzosoprano che sappia cantare da soprano e Norma tenderebbe a sembrare la brutta copia di Abigaille senza acuti. E la zona grave? Altro problema, perché esiste anche il viceversa! Se Norma ha una buona zona acuta, non è detto che si sappia districare nella zona grave, mancando talvolta di proiezione e andando a cercare le note sulle tavole del palcoscenico, mentre già dalla seconda fila di platea non la sentono più.
Gli esigenti ne sono affranti, ma, ad onor del vero, ammettono, per quel che riguarda Casta Diva, non è sempre tutta colpa delle cantanti di turno. É un brano talmente difficile che in poche possono vantarsi di saperlo cantare come si deve e come fu scritto, anche nella tonalità originale. C’è chi recentemente ci ha provato con successo in concerto, mentre contemporaneamente, altrove, si sentivano tagliare filati e cambiare note o inventarsi cadenze sulla “i” anziché” sulla “a” sol perché la cantante aveva maggiore facilità di emissione in quella posizione; nonché favorire il legato a discapito della dizione, divenuta inintellegibile. I nostri amici sono ancora inconsolabili.
Certo Bellini non fu clemente con le sue interpreti di Norma, ma i suoi esecutori di oggi, in maggioranza, secondo i giudizi degli esigenti, non lo sarebbero con lui e la sua musica…Però, anziché guardarsi bene dall’impelagarsi in un ginepraio come quello di “Casta Diva”, si conviene con gli esperti che il soprano “medio” di oggi, rampante e ambizioso quanto mai, si volga all’aria virtuosistica come se fosse quello che sembra a prima vista: una innocente cavatina, fonte, se ben cantata, di beatitudine per soprano e ascoltatore. Guardando, poi, la struttura musicale dell’aria suddetta dall’interno, tale beatitudine “appare” di una “facilità” esplicitata dalla scrittura così tranquillamente e con tale, quasi beffarda, naturalezza, che è inimmaginabile che possa essere così ardua da eseguire.
Ed ecco che il Soprano incauto che ha deciso di puntare sul trionfo di “Casta Diva” si affaccia sull’abisso. Le parole fuorviano dalla melodia e questa dalle parole. Se intona la melodia, le parole rischiano di farla “calare” di tono; se pronuncia le parole sul filo del fiato, la melodia tende a sfuggirle. I fiati, ormai codificati, sono micidiali armi a doppio taglio: perde la cognizione del “cantare sul fiato” e, come nulla, cala di tono e non se ne accorge! Il Direttore è disperato, il marito/compagno della cantante registra diligentemente anche le sue misurate lagnanze, la protagonista rosica. Dopo essersi riascoltata, ad ogni successiva esecuzione, ne siamo convinti, è certa di aver trovato “la chiave” per risolvere tutti i problemi. Attacca e se ne presentano di nuovi, insospettabili, irrisolvibili.
L’Orchestra non l’aiuta perché non la può aiutare, anzi! Neanche il più compiacente direttore può salvare la cantante dal disastro: se il disastro comincia, non finisce che alla fine dell’aria. Infatti, l’intento dell’autore era proprio quello di dar risalto più alla tessitura compositiva del canto che a quella orchestrale; e si rileva facilmente: l’accompagnamento, anziché assecondare e, ogni tanto, “segnalare” attacchi e pause (come pure, in un impeto pietoso, avrebbe fatto, ogni tanto, nelle proprie Opere, un altro compositore, palesemente noncurante delle difficoltà dei cantanti: Verdi) rende difficilissimo il brano: la tessitura dell’accompagnamento orchestrale, semplice in apparenza, è capace d’ingannare l’orecchio più attento.
Secondo gli esperti, in teoria, bisognerebbe tenersi “circa” (ed il “circa”, in Musica, in cui la matematica la fa da padrona, è inconcepibile!, affermano con forza nel contempo) mezzo tono più in sù dell’orchestra: si crederà di “salire di tono”, ma, riascoltandosi, ci si accorgerà di aver almeno sfiorato il tono giusto. Al di là dei discutibili esperimenti teorici, il tono si può afferrare solo da parte di voci e orecchie decisamente dotate…o non afferrare mai. Dietro ad una buona esecuzione di Casta Diva devono esserci anni ed anni di studio ininterrotto: è dato per tassativo…e i successivi saranno, con alta probabilità, consciamente ed umanamente vissuti (nella consapevolezza modesta dell’intelligenza, che molti soprani oggi sottovalutano o non possiedono affatto) nei tentativi ininterrotti di riuscire a inseguire la perfezione che la Musica di Bellini, densa di un’involontaria (sia pur dall’autore intuìta) crudeltà, pretende dalle poche elette che abbiano saputo e sappiano veramente cantare “Casta Diva”.

BELLINI di Francesco Di Bartolo
E, di fronte ad abbozzi storpiati del brano divino, il nostro gruppetto di oltranzisti rileva anche la reazione del pubblico di oggi: <<Come osano applaudire? È chiaro, non capiscono niente!>> si sentenzia. In effetti, pur senza essere così severi con gli spettatori ignari, ormai persino i nuovi “esperti”, soprattutto quelli dotati di tastiera, stanno diventando indulgenti. Per cui, se il soprano di turno ha cercato di dare il meglio di sé, senza azzeccare proprio tutto perché non ce la può fare, la si applaude comunque, soprattutto per la gioia dell’Ufficio Stampa. Il resto del pubblico, a sua volta, non ha idea che la primadonna abbia, magari, raddoppiato i fiati, che un paio di filati non siano stati eseguiti, che i piano non siano esistiti e che quella sensazione di disagio inspiegabile provata durante la cavatina non sia stato altro che il cantare sul filo del tono, né di qua, né di là (il famoso “mezzo tono”!), nel disperato tentativo di tenersi a galla.
Si preferisce stendere un velo sui commenti degli esperti in merito, compresi quelli alla fine della cabaletta “Ah bello, a me ritorna”. Da quel momento in poi, però, siamo concordi, il nostro soprano si sente una vera Sacerdotessa: è andata! Adesso tutto il resto, con un po’ d’arte scenica e qualche acuto urlato, sembrerà una passeggiata, s’illude. Spera anche nei colleghi, soprattutto se Adalgisa è brava e altrettanto Pollione.
Ma i cast nei teatri di oggi possono riservare altre sorprese: il Pollione incolore e soprattutto senza sovracuti! E qui di nuovo insorgono gli esperti, che hanno ancora nelle orecchie le mirabilie degli anni trascorsi! I tenori che cantano Pollione senza i sovracuti tipici di Bellini oggi sono effettivamente in diffusione epidemica. Questa volta con la complicità delle forbici del Direttore, la voce si limita a dispiegarsi correttamente in tono, non andando al di là delle capacità di un discreto, ma banale tenore leggero. Di proporlo per altri personaggi del puro Bel Canto, anche donizettiani, per esempio, non se ne parla neanche, o si rischia che i vessati esperti insorgano senza più freni inibitori.
Sarebbe il caso, adesso, di passare al commento delle moderne regie di Norma. Ma, dopo i gravi shock rivissuti finora dai nostri amici, ci si astiene, al momento, dall’infierire ulteriormente e l’argomento è rimandato…
Natalia Di Bartolo
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