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La casa nel bosco e il diritto di sottrarsi – Editoriale

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  • di Natalia Di Bartolo – Il caso della famiglia nella casa nel bosco riapre il dibattito su infanzia, lingua, istruzione e responsabilità adulta: quando la libertà si esercita sui bambini diventa sottrazione di diritti.

C’è un fatto di cronaca ancora sospeso, uno di quelli che non si lasciano archiviare perché continuano a lavorare sotto traccia, come una domanda che non trova pace. Una famiglia straniera che rivendica il diritto di vivere nel bosco con tre bambini, senza scuola, senza acqua corrente, senza servizi essenziali, sottraendoli deliberatamente a ogni forma di istruzione e di tutela pubblica.

Il dibattito si è acceso, come sempre accade, dividendo l’opinione in due schiere contrapposte e speculari: da una parte l’esaltazione romantica di una libertà assoluta, dall’altra l’indignazione sommaria che invoca interventi punitivi. Ma il punto non sta né nell’una né nell’altra reazione. Sta più a fondo, in un nodo che riguarda il nostro tempo e la nostra idea stessa di civiltà. Perché quando al centro non ci sono adulti che scelgono per sé, ma bambini su cui si decide, la questione cambia natura e diventa immediatamente un problema di responsabilità collettiva.

Non si tratta di stili di vita alternativi, né di folclore antisistema, né di nostalgia primitivista mascherata da scelta etica. Si tratta di capire se una società può accettare che dei minori vengano cresciuti fuori da ogni accesso alla lingua, all’istruzione, alla sanità, alla possibilità di scelta futura, in nome di un’idea di libertà che è, in realtà, tutta adulta e tutta unilaterale. Il punto decisivo è questo: la libertà non è mai innocua quando viene esercitata su chi non ha ancora gli strumenti per comprenderla né per opporvisi. Un bambino non sceglie di non andare a scuola, non sceglie di non imparare una lingua strutturata, non sceglie di vivere senza acqua potabile o senza servizi igienici, ma subisce. E la società che chiude un occhio su questa sottrazione di diritti fondamentali non è più tollerante, è complice.

In questi anni si è diffusa una retorica pericolosa, che confonde il rispetto delle differenze con la sospensione del giudizio, e la sospensione del giudizio con l’abdicazione alla responsabilità. Ma non tutto ciò che è “diverso” è automaticamente legittimo, e non tutto ciò che viene presentato come scelta culturale lo è davvero. Esistono soglie che non possono essere oltrepassate senza che venga compromessa la possibilità stessa di crescere come individui liberi e consapevoli. La scuola non è un’imposizione ideologica dello Stato, è uno spazio di accesso alla lingua, al pensiero astratto, al confronto, alla possibilità di dissentire un domani anche da ciò che oggi viene imposto. Negarla a un bambino significa impedirgli di costruire gli strumenti per scegliere davvero.

A rendere il quadro ancora più disturbante è la solidarietà selettiva e distorta che si è coagulata attorno a questo caso specifico. Una solidarietà discutibile, perché cieca e profondamente iniqua. Questa famiglia non è stata abbandonata né perseguitata: le sono state offerte soluzioni pubbliche, gratuite, strutturate, che in più di un’occasione sono state rifiutate. Attorno ai tre bambini si è costruita una retorica zuccherosa, quasi zoologica, che li ha trasformati in “cuccioli” da proteggere a ogni costo, come se fossero eccezioni sacre.

È qui che la parità dei diritti viene calpestata senza che quasi nessuno se ne accorga. In Italia esistono bambini che vivono in condizioni peggiori, senza che nessuno apra sottoscrizioni, senza che i media si commuovano, senza che si attivi una rete di soccorso così solerte. La narrazione mediatica ha operato una deformazione sistematica: ha oscurato i fatti, ha anestetizzato il giudizio, ha trasformato un problema grave in una favola morale. Si è arrivati a giustificare l’ingiustificabile, costruendo un racconto terapeutico e romantico attorno a scelte che restano, nei fatti, sottrazioni. Un padre di origine irlandese, più radicale di certi gruppi Amish americani che rifiutano la modernità; una madre australiana depressa che pone fine nel bosco alla sua attività di cavallerizza, incapace di mettere insieme due parole d’italiano corretto, convinta che l’isolamento sia un diritto superiore alla tutela dell’infanzia. Quando i figli vengono sottratti perché i limiti sono stati superati, la narrazione si ribalta: i genitori diventano vittime, mentre intanto si mobilitano risorse pubbliche e private, alloggi, sostegni, contributi, tutto gratuitamente, tutto a carico della collettività. È un cortocircuito etico inaccettabile, perché manda un messaggio devastante: chi trasforma l’abuso in racconto romantico può ottenere ciò che ad altri, più silenziosi e più poveri, viene negato.

Ma il nodo, allora, non è il bosco, né la famiglia, né l’origine straniera, che rischia anzi di diventare un alibi per spostare la questione su un terreno ideologico. Il nodo è la lingua, l’istruzione, l’accesso alla cittadinanza simbolica prima ancora che giuridica. Allo stesso modo, l’accesso a condizioni igieniche e sanitarie minime non è un lusso borghese, ma una tutela elementare della dignità e della salute. Difendere queste soglie non significa omologare, significa proteggere.

Il dibattito pubblico, però, sembra incapace di reggere questa complessità. Da un lato si invoca la “vita naturale” come se fosse di per sé garante di autenticità e di bene, dimenticando che la natura non è un’educatrice morale e che l’infanzia lasciata senza mediazioni non è più libera, è più esposta; dall’altro si risponde con il riflesso dell’ordine e della sanzione, senza interrogarsi sul senso profondo di ciò che si difende. In mezzo restano i bambini, trasformati in simboli, bandiere, casi esemplari, mai considerati per ciò che sono: esseri in formazione, che hanno diritto non a un’idea di mondo, ma a tutti gli strumenti per comprenderlo.

Un bambino che cresce senza scuola cresce senza una lingua pienamente strutturata e senza lingua non c’è pensiero critico, nè possibilità di scelta futura, né vera libertà. La povertà educativa non è una conseguenza collaterale, è una ferita che si trascina per tutta la vita. È facile esaltare l’autosufficienza, l’isolamento, il rifiuto delle istituzioni, quando a pagare il prezzo non siamo noi, ma chi dipende interamente dalle nostre decisioni. In questo senso, il caso che sta dividendo l’Italia non è un’anomalia, ma un sintomo. Rivela una difficoltà profonda del nostro tempo nel riconoscere che esistono diritti non negoziabili dell’infanzia, che non possono essere sacrificati sull’altare di nessuna visione del mondo, per quanto seducente o radicale. Rivela anche una crisi dell’idea stessa di responsabilità adulta, sempre più spesso sostituita da narrazioni emotive, da estetizzazioni della marginalità, da una confusione deliberata tra scelta e privazione.

Difendere il diritto dei bambini all’istruzione, alla lingua, alla salute non significa imporre un modello di vita, ma garantire che un domani possano scegliere il proprio modello con cognizione di causa. La società che rinuncia a questo compito, per paura di apparire autoritaria o intollerante, rinuncia a una delle sue funzioni fondamentali. E lo fa nel modo più ipocrita possibile, chiamando libertà ciò che è, nei fatti, una sottrazione.

Il bosco, in questa storia, è solo uno sfondo suggestivo. Il vero terreno su cui si gioca la partita è quello della civiltà, intesa non come imposizione uniforme, ma come patto minimo di tutela dei più vulnerabili. Finché non saremo capaci di dirlo senza imbarazzo, continueremo a dividerci su casi simbolici senza affrontare la questione centrale: una società è tale solo se sa dire dei no quando questi no servono a garantire un futuro a chi ancora non può difendersi.

Natalia Di Bartolo

Foto dal Web

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