di G.D. – Versione integrale del testo apparso su Sipario, ottobre 2025. Il Teatro che parla di sé, nella storica sala del Théâtre du Chien qui fume per la Semaine Italienne Bella Italia 2025.
Ci sono luoghi in cui la parola trova naturalmente la propria eco. Ad Avignone, città simbolo del teatro europeo, L’Incantatore di Natalia Di Bartolo ha ritrovato la sua voce più profonda.
La scena francese, attenta e colta, ha accolto l’opera nella Semaine Italienne – Bella Italia, rassegna istituzionale che unisce ogni anno Francia e Italia nel segno dell’arte e della tradizione.
Nello storico Théâtre du Chien qui Fume, il poema drammatico della musicologa e drammaturga italiana ha rinnovato l’incontro tra suono e verso, tra respiro e teatro, dopo il debutto nel 2024 al XXII Festival Internazionale Teatro Romano Volterra.

Nel cuore di Avignone, città riconosciuta come capitale mondiale del teatro, L’Incantatore è stato inserito nella prestigiosa Semaine Italienne – “Bella Italia”, evento istituzionale che unisce annualmente Francia e Italia nel segno della cultura e della tradizione, promossa dal Grand Avignon e dalla Ville d’Avignon, in collaborazione con il Consolato Generale d’Italia e l’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia, con il sostegno della Camera di Commercio Italiana per la Francia, nell’atmosfera suggestiva del centro storico della città dei Papi. Il contesto in cui lo spettacolo è stato presentato ha conferito ulteriore rilievo all’evento: portare proprio questo spettacolo nel cuore di Avignone, città che vive e respira teatro da secoli, ha significato restituire al testo la sua dimensione più vera, quella per cui è stato scritto.

L’Incantatore, infatti, non è un dramma nel senso tradizionale: è un organismo poetico, una creazione totale in cui la parola diventa suono e il suono si fa pensiero. La drammaturgia, costruita, nella parte recitata, in endecasillabi sciolti di rigorosa scansione metrica, è già una partitura verbale che si regge da sola, con la propria musicalità: la musica vive sotto la parola, nel ritmo del verso.
La parte musicale vera e propria, affidata alla sensibilità del compositore francese Éric Breton, autore ed esecutore dal vivo, al pianoforte, della partitura originale, è costruita, dunque, con apposita finezza timbrica. Il Maestro l’ha disegnata come un organismo sensibile, a volte appena udibile, a volte carico di vibrazioni. La sua composizione non accompagna e non illustra: il suono, come una seconda coscienza, emerge, si ritira, si nasconde e riappare dietro la voce umana. È una musica che ascolta la parola, la osserva, la rispecchia, la sottolinea, la dissolve. Il pianoforte e le voci, sia quella cantata che quella ‘detta’’, si intrecciano in una tessitura trasparente che dà all’opera un respiro universale. La partitura nasce come risposta al testo poetico: non lo decora, lo interroga. Il rapporto fra compositore e autrice si manifesta in questa reciprocità profonda, in questa ricerca di equilibrio fra parola e suono.

Simon Domenico Migliorini, per il quale la Di Bartolo ha scritto l’opera teatrale, interprete di lunga esperienza e sensibilità profonda, ha dato voce e corpo al protagonista, personificazione del Teatro stesso, divenuto pure memoria e coscienza collettive ed ha curato anche la regia dello spettacolo La sua recitazione, tesa e sobria, scolpita in ritmo e respiro, ha restituito la densità di un testo che non chiede solo di essere rappresentato, ma soprattutto ascoltato. Nell’interpretazione del Migliorini, l’espressione è divenuta gesto interiore. La voce, mai declamatoria, ha trovato una linea di dolore e di potenza mantenuta sempre sotto controllo. Ogni pausa, ogni inflessione è stata studiata come un atto musicale. Il suo Incantatore non è un profeta né un sacerdote, ma un Essere che ha visto troppo, dispera, eppure ancora spera. È il volto del Teatro che rifiuta di morire.
Dal punto di vista scenico, la sua regia, sobria e astratta, concentrata sull’attore, sulla parola e sull’intreccio col soprano e il suo canto, ha accompagnato la drammaturgia poetica con coerenza: pochi elementi, nessuna distrazione visiva, solo la voce, la musica, il respiro, la proiezione dei curati sottotitoli in francese sullo sfondo cangiante. Le luci suggestive di Franck Michallet hanno seguito la parola come una partitura parallela, creando una dimensione sospesa, quasi metafisica.

L’Incantatore parla da solo, ma non è solo: accanto a lui compare, inaspettata ospite, Zoe, la Vita. È l’unica voce cantata dell’opera, il cui testo è scritto appositamente in prosa ritmica, libera e fluida, opposta alla misura ferrea dell’endecasillabo. In lei la musica diventa corpo e canto, incarnazione della libertà, scintilla vitale che attraversa il verbo come una infida fenditura di luce ed ombra. A interpretarla, il soprano franco-spagnolo Lydia Mayo, voce limpida, intensa, di rara precisione emotiva. È la Vita che parla al Teatro, la realtà che tenta l’incanto, la carne che si fa voce. Nella scena centrale, quando Zoe irrompe, il tempo dell’opera cambia: la musica si espande e lo spettatore assiste a un vero dialogo fra linguaggi, il parlato e il cantato, fra opposti che si attraggono e si respingono. Poi Zoe svanisce, come se la Vita, dopo essersi manifestata, non potesse restare, nel proprio eterno trascorrere scandito dal Tempo. Ma non è il silenzio a seguirla: l’Incantatore riprende a parlare. Però, nel momento in cui Zoe scompare, la scena si apre a una luce diversa: la Vita ha cantato per un istante la propria verità e non se ne può più prescindere. L’Incantatore continua a evocare, a confessare, a trasformare la propria solitudine in parola. È il gesto dell’arte che non si arrende: la creazione che sopravvive alla perdita, la voce che continua anche quando nessuno ascolta.

L’intera architettura poetica dell’opera si fonda su questa tensione fra misura e libertà, forma e disfacimento, verbo e suono. L’endecasillabo, nella sua perfetta regolarità, non è solo una scelta metrica: è una dichiarazione estetica e morale. In un tempo in cui la parola si frammenta e si consuma, l’autrice sceglie la forma chiusa come atto di resistenza, come segno di disciplina e memoria. In Francia, la purezza di questo ritmo è stata accostata dalla critica, non a caso, a quella di Dante, riconoscendovi la stessa tensione fra rigore e visione. E la musica, che si modella su quel respiro senza mai coincidere con esso, ne rappresenta la vitalità inestinguibile, imprevedibile, pulsante, irriducibile alla misura.

La forza de L’Incantatore risiede anche nella sua doppia natura: è insieme confessione e denuncia. Il Teatro, attraverso la voce del protagonista, parla del mondo che lo ha dimenticato. Rievoca la folla che un tempo gremiva i teatri, il fervore, la passione collettiva, e contrappone a quella gloria antica la desolazione del presente. Ma non è un lamento sterile: è un atto di verità. Il Teatro rivendica la propria funzione originaria, la capacità di creare presenza, di unire parola e gesto, di dare forma alla coscienza. Quando l’Incantatore pronuncia le sue invocazioni, il testo trascende la scena e diventa rito di sopravvivenza.

Il debutto italiano dello spettacolo a Volterra come produzione del suddetto Festival, con i medesimi interpreti, aveva già rivelato la forza del progetto e la sua capacità di fondere classicità e contemporaneità. Ad Avignone, l’opera ha trovato la sua piena maturità, grazie anche alla suggestione dello spazio teatrale di antica tradizione e alla sensibilità del folto pubblico francese, che ha seguito, con attenzione da fiato sospeso, ogni parola tramite i citati sottotitoli, godendo appieno anche della parte sonora dello spettacolo. Alla fine, i lunghi applausi e i “bravo” alla francese erano di consapevolezza: gli spettatori sapevano di aver assistito non solo a uno spettacolo, ma a un atto di fede nel Teatro e nella parola poetica. Anche l’autrice, che era presente, invitata sul palcoscenico, ha ricevuto pieno consenso ed ampio e sentito tributo di applausi.

In una città che da secoli è il cuore pulsante della scena europea, L’Incantatore ha ricordato che il Teatro, per sopravvivere, deve tornare a essere Incantatore, appunto, cioè creatore di stupore e di verità. L’opera della Di Bartolo non si limita a evocare la nostalgia di un’arte perduta: la reinventa, la restituisce al presente. In un tempo di distrazione e di rumore, quest’opera poetica e musicale invita al silenzio dell’ascolto, alla riflessione, alla meraviglia. È un atto d’amore verso il Teatro, ma anche un monito: se l’uomo dimentica la parola, soprattutto quella ludica, dimentica se stesso. E allora la voce dell’Incantatore torna, ferita e luminosa, a ricordargli che la bellezza non tace mai.
G.D.
Autrice: Natalia Di Bartolo – Musica originale eseguita dal vivo: Éric Breton – Interpreti: Simon Domenico Migliorini, voce recitante / Lydia Mayo, soprano – Luogo: Théâtre du Chien qui Fume, Avignone – Evento: Semaine Italienne – Bella Italia (Manifestazione istituzionale franco-italiana patrocinata dalle autorità culturali dei due Paesi) – Data: 12 ottobre 2025 – Sottotitoli in francese.

Foto: Théâtre du Chien qui fume/Festival Bella Italia/Archivio OperaeOpera
L'articolo L’INCANTATORE di Natalia Di Bartolo ad Avignone – sembra essere il primo su OperaeOpera.