di Natalia Di Bartolo – Questo articolo raccoglie l’esperienza de L’Incantatore nel suo incontro con la città francese del teatro, restituendone l’atmosfera, i luoghi e l’ascolto. Non è un epilogo, ma un frammento di cammino: il riflesso di un dialogo tra poesia e scena che continua a cercare nuove forme e nuovi spazi di vita. (Nella foto di copertina, Natalia Di Bartolo e Simon Domenico Migliorini di fronte al Thèâtre du Chien qui fume prima della recita)

La città si apriva come una pagina dorata. Sotto il sole quasi estivo, le mura color miele custodivano un silenzio antico e la pavimentazione a ciottoli, levigata dal tempo, rifletteva bagliori di rame. Le strade, interdette alle auto, respiravano lente, tra lo sfrecciare delle rare biciclette e l’aroma del pane che fluttuava dalle vetrine delle boulangerie. Sulla Place de l’Horloge, festoni di bandierine tricolori italiane annunciavano la Semaine Italienne – Bella Italia: un saluto d’aria e di colore, sospeso tra i platani e il cielo. Lì, tra i caffè all’aperto e le esibizioni di artisti di strada, sembrava che l’intera città si fosse vestita per accogliere, senza rumore, il mio evento d’arte e di parola.

In rue de la République, nel cuore della città, un piccolo albergo di quieta eleganza accoglieva le ore del mio riposo. Le mattine avanzavano morbide, con passi leggeri tra le vetrine e le botteghe di dolci: l’incontro con una torta di frutti rossi, un profumo di cannella, un sorriso francese. Poi, lungo rue des Teinturiers, cuore dell’antica Avignone, dove scorre il canal de la Sorgue, detto anche canal des Moulins, tra i platani e le ruote dei vecchi mulini, si raggiungeva il teatro. Le acque scorrevano lente, portando con sé una musica sotterranea, come se la città intera si preparasse al respiro della scena.

Dentro Il Thèâtre du Chien qui fume, il palcoscenico respirava giorni di prove. Un pianoforte a jardin, un leggio spostato come un segno, una voce che concretizzava la parola e una voce che la elevava in canto. Quel piccolo teatro, tra i più antichi e amati della città, sembrava custodire ancora l’eco di secoli di rappresentazioni e di festival, il profumo del legno lucidato, la magia discreta che solo i luoghi di lunga memoria sanno offrire. Fuori, la luce restava sospesa sugli alberi e sulle persiane color lavanda, come in attesa di una rivelazione.

Le serate finivano poco fuori città, in una grande casa di campagna, tra gli alberi avvolti d’edera e davanti ad una stufa a legna accesa contro la frescura umida del crepuscolo. Tavola semplice, gesti cordiali, potage fumante, piatti francesi di carne e gelatina, un gelato come sigillo di quiete. Tutto aveva il sapore sereno dell’intesa e la naturalezza dei momenti guadagnati con fatica e sincerità. Poi, tornando a piedi lungo rue Saint-Agricole, un profumo di burro invitava a fermarsi: una crêpe calda al cioccolato, dolce e intensa, mangiata piano, come un rito segreto dopo la cena. Il foulard di seta francese, oggetto caro, colore di pastello e portafortuna, mi sfiorava il viso come una carezza silenziosa.

Il giorno della rappresentazione portò con sé un’aria chiara, quasi sospesa. Il pubblico riempì lo storico teatro. Sulla scena, Il pianoforte cercò nel suono una tensione segreta; il verbo prese corpo con misura e intensità; tra voce e canto, il respiro si aprì in una linea luminosa. Io ascoltavo, trattenendo il fiato, mentre la mia parola scritta diventava materia viva, suono, respiro. La musica s’intrecciò al verso, il silenzio fu denso come un respiro condiviso. I sottotitoli in francese, seguiti dal pubblico con attenzione assoluta, divennero un ponte tra due lingue, tra due sensibilità che si riconobbero nell’ascolto. Poi l’applauso: lungo, spontaneo, irrefrenabile. Una vibrazione che si levò dalla sala come una marea, un moto d’emozione autentica che salì fino al soffitto e sembrò non finire.

La serata si chiuse in amicizia, con una cena in piedi a base di pizza “all’italiana”, vino leggero, voci che si intrecciavano in più lingue, il sollievo di chi ha dato tutto. E il giorno dopo, nella Place du Palais des Papes, la luce cadeva netta sugli ombrelloni beige: un pranzo sobrio, una tarte de la maison alle verdure, insalata verde e quiete. Lì, davanti alla cattedrale, la città intera mi sembrava un ringraziamento. La bellezza severa del Palazzo dei Papi e la verticalità chiara della cattedrale, il fascino del vicino Teatro dell’Opéra Grand Avignon accompagnavano la pace del mezzogiorno. In una piccola bottega, due souvenir minuti, fra cui un olio di lavanda profumatissimo, fissavano nella memoria la luminosità di quei giorni.

Così restano impressi i miei giorni di Avignone: le vie lastricate di sole, il mormorio dell’acqua sotto i platani, la voce che si fa materia, e il pendolo segreto tra scena e cielo.
Una città antica che ha saputo accogliere un gesto nuovo, e dentro quel gesto la mia Italia di parola viva, di suono e di pensiero.

Natalia Di Bartolo
Foto: Archivio OperaeOpera
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