Di Natalia Di Bartolo – Con il Maestro Yannick Nézet-Séguin sul podio del Musikverein, Vienna accelera, scuote la tradizione e richiama all’ascolto chi si era distratto.
Dirigere il Concerto di Capodanno a Vienna significa entrare in una sala dorata e infiorata che non concede riparo, nella quale persino il silenzio pesa e i mitici Wiener Philharmoniker, più che un’orchestra, appaiono come un organismo indipendente per vita propria, capace di sopraffare chiunque non possegga una personalità in grado di sostenerne la presenza; non una somma di eccellenze, ma un corpo compatto, quasi tentacolare, che riconosce immediatamente l’autorità o la sua mancanza.

Nel giorno di Capodanno 2026, nella sala dorata del Musikverein, il Maestro Yannick Nézet-Séguin, senza chiedere protezione alla tradizione, né cercando di mimarne il prestigio, si è presentato a dirigere questa strabiliante identità irriducibile come coscienza interpretativa non addestrata alla riverenza, ma alla fedeltà a se stesso. In lui non c’è stata la volontà di essere peculiare, perché tale caratteristica è già inscritta nella sua natura; ciò che si è manifestato è stata la coerenza di un individuo che non separa la tecnica dalla propria architettura interiore, e che, conducendo l’orchestra, espone senza timore il nucleo stesso della propria intelligenza musicale.
La scelta del programma non è stata gentile concessione alla contemporaneità né strizzata d’occhio al pubblico globale, ma atto rivelatore: due compositrici accostate come asse sonoro; autori esteri che hanno allargato il respiro di Vienna fino a farla coincidere con il mondo, così che la città non diventasse periferia della propria gloria, ma epicentro di una geografia nuova, nella quale l’identità non fosse radice che immobilizza, bensì condizione per muoversi ancora e meglio.

Il Maestro franco-canadese ha condotto la macchina leggendaria del Concerto di Capodanno a Vienna consapevole della sua unicità: non frenandola per timore, non lusingandola per ottenere compiacenza, né cercando di domarne la potenza, ma portandola volutamente al limite, dove la velocità non è virtuosismo ma conoscenza ed il rischio è condizione per produrre senso. Nézet-Séguin, seduto idealmente al volante di quel bolide, consapevole di poter accelerare a tavoletta perché l’orchestra gli garantiva tenuta di strada e perché la sua capacità di guida non teme la curva improvvisa, l’aderenza estrema, né il punto cieco, si è dimostrato un pilota che sa spingersi fino al limite della traiettoria senza schiantarsi, perché non ha bisogno di esibire il pericolo per sentirsi vivo.
Così i valzer sono diventati architetture in corsa, le polke hanno tracciato nell’aria traiettorie di precisione e, dal punto di vista agogico, i rallentando non hanno trattenuto il superfluo, ogni pausa ha avuto la densità di una decisione, i finali la precisione del cesello. La sua individualità non ha sovrastato la musica, ma l’ha decontaminata dall’abitudine e sottratta alla routine, restituendo al Concerto di Capodanno l’idea che la tradizione non sia immobilità, ma un materiale vivo, sensibile alla voce di chi lo tocca.

Chi si sia trovato ad ascoltare, davanti ad un atto simile ha dovuto assumersi la responsabilità di essere all’altezza: in casi come questi, non basta commuoversi, non basta riconoscere le melodie come un lessico familiare; occorre comprendere che in questo contesto l’ascolto è un compito, e che chi non lo accetta rimarrà alla superficie, dove tutto è bello ma nulla è vero. Nézet-Séguin, sempre, sa riportare la musica alla sua ragione di esistere e, nel farlo, si contraddistingue come interprete, come individuo e autore della propria presenza.
L’orchestra viennese, a sua volta, sempre fedele a se stessa ed alla propria fama, gli è andata incontro non per deferenza, ma per una forma di felicità rara: quella che si prova nel riconoscersi in un altro, senza che nessuno abbia dovuto tradirsi. È in questa reciprocità che si misura la qualità dell’arte: quando chi guida e chi è guidato sospendono il rapporto gerarchico e si consegnano a un principio superiore, che non è né tradizione né modernità, ma la necessità stessa della musica di continuare. In ciò, questo concerto non è stato semplicemente un eccellente Concerto di Capodanno: è stato la prova che, finché esistono interpreti capaci di non chiedere il permesso alla storia ma di parlarle da pari, la musica non è un monumento, ma un presente che vive. E, il 1° gennaio 2026, Vienna, per una volta, non è sembrata un santuario: è parsa a tutti, anche ai distratti, di nuovo leggenda.
Natalia Di Bartolo
Foto di Dieter Nagl
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