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LUDOVIC TÉZIER E LA MISURA DEL SUONO

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Di Natalia Di Bartolo – Grande prova di Ludovic Tézier al debutto come Nabucco al Teatro di San Carlo a Napoli.


Nabucco è uno di quei ruoli che non tollerano voci “piccole”. O la voce regge, oppure il teatro, prima o poi, presenta il conto. Non si tratta soltanto di volume o di proiezione, ma di una qualità più complessa e più esigente: la capacità del suono di attraversare lo spazio senza perdere corpo, mantenere densità anche a distanza, non assottigliarsi quando la sala si allarga e l’orchestra richiede sonorità. È una prova che non ammette scorciatoie, perché in questo titolo Verdi affida alla voce non soltanto il personaggio, ma l’architettura stessa della tragedia, il suo equilibrio interno.

Il debutto del celebre baritono francese Ludovic Tézier nel ruolo di Nabucco, avvenuto a Napoli al Teatro di San Carlo il 18 gennaio 2026, rimette in primo piano proprio questo dato, oggi tutt’altro che scontato: la consistenza reale del suono nello spazio teatrale. Non una proiezione aggressiva, nè un’emissione spinta in avanti per conquistare l’impatto immediato verso il fondo, ma una presenza sonora che si distribuisca nella sala, che la occupi in profondità e resti percepibile anche nei punti meno favorevoli, là dove molte voci si assottiglierebbero o si svuoterebbero. In questo caso è accaduto il contrario: il suono ha mantenuto continuità, calore, stabilità, sostenuto da una naturalezza che non ha incontrato ostacoli.

Questo effetto non è stato casuale. È nato da un corpo vocale integro e robusto, sorretto da fiati ampi e governati, che ha permesso alla voce di conservare peso e rotondità senza irrigidirsi. In questo caso, la linea rimane salda, il fraseggio non si frantuma, la parola verdiana emerge con chiarezza e con senso del tempo musicale, senza bisogno di essere isolata o caricata. In Verdi, quando la voce possiede questa qualità, l’autorità del personaggio non viene costruita dall’esterno, ma si manifesta come conseguenza naturale del suono, della sua densità e della sua capacità di sostenere la musica senza forzarla.

È in questo punto che il ruolo ritrova la propria misura autentica. Nabucco non richiede una vocalità gridata né un eroismo di facciata, ma una voce capace di “reggere la sala” e, nello stesso tempo, di piegarsi al dramma, di modulare il peso senza perdere grandezza e attraversare la partitura mantenendo l’insieme fonatorio dentro i tempi corretti. La voce di Tézier ha risposto a questa esigenza con naturalezza, proprio perché non ha cercato l’effetto. Il suono non è stato spinto, né compresso; non è stato “lavorato” per sembrare più grande di ciò che è, ma si è espanso come “a ventaglio”, perché la materia vocale glielo consente, e questa espansione resta sempre governata.

Determinante, in questo equilibrio, è stata la direzione del Maestro Riccardo Frizza, che ha saputo creare attorno alla voce uno spazio musicale rigoroso ma elastico, privo di rigidità, lasciando all’interprete la massima autonomia, senza mai perdere il controllo dell’arco drammatico. L’orchestra non ha compresso né sovrastato, ma accompagnato, sostenuto, assecondato il tempo del canto, consentendo alla vocalità di dispiegarsi pienamente e di articolare le peculiarità del personaggio secondo la corretta logica musicale. In un titolo come questo, la libertà concessa alla voce non è un rischio, ma una condizione necessaria perché il dramma trovi la sua giusta proporzione.

Se si guarda alla storia interpretativa del ruolo, si comprende perché questa qualità sia sempre stata decisiva. I Nabucco che hanno lasciato una traccia duratura non lo hanno fatto per eccesso di gesto o per violenza dell’accento, ma perché sostenuti da voci capaci di unire massa sonora, controllo della linea e intelligenza del fraseggio. In Tito Gobbi, per esempio, la forza stava nella lucidità drammatica, nella capacità di scolpire la parola senza separarla dal suono, mantenendo un timbro compatto e vigile. In un altro grande, Piero Cappuccilli, la regalità nasceva dalla nobiltà timbrica e dalla continuità della frase, da una linea che conferiva al personaggio una statura inevitabile. In Renato Bruson, voce storica indiscussa, la morbidezza dell’emissione consentiva alla figura di incrinarsi dall’interno, di farsi tragica senza mai perdere consistenza vocale. E in Cornell MacNeil, volendo fare un esempio che, come Tézier, ma sul versante statunitense, si colloca al di fuori della tradizione italiana, si ritrovava lo stesso principio declinato diversamente: una voce ampia e resistente, capace di sostenere l’intero arco del ruolo senza deformarlo.

In questa genealogia, e in particolare nel repertorio verdiano, Ludovic Tézier, già immenso Rodrigo, grande Don Carlo di Vargas, autorevole Conte di Luna, si inserisce senza sforzo, non per imitazione ma per affinità di sostanza. Nabucco arriva logicamente ora, come conseguenza: è il primo grande ruolo verdiano da lui affrontato che chiede massa sonora continua, portata teatrale, corpo vocale pieno più che nervosismo o corrosione. Ed è esattamente ciò che la sua voce oggi possiede, insieme a quella pienezza che consente al ruolo di espandersi, unita alla solidità che impedisce alla linea di sfilacciarsi ed alla qualità di emissione, che permette al personaggio di restare credibile, tanto nella dimensione regale quanto in quella umana. Nulla è artificialmente caricato, nulla è invecchiato per conferire gravitas: la voce basta, e proprio per questo tutto il resto trova misura e la tragedia non viene esibita, ma cresce dall’interno, sostenuta da un suono che non cede.

Quando Nabucco dispone di una voce così, il teatro lo percepisce nella sua interezza. Lo percepisce la platea, lo sentono i palchi, lo avvertono anche quegli angoli lontani e fuori sala, acusticamente problematici perché ufficialmente non considerati e coinvolti, che però smascherano immediatamente all’orecchio attento le voci insufficienti. È lì che si misura la differenza tra una presenza sonora reale e una costruzione di facciata. E in quei punti, dove non arrivano né la tradizione né l’abitudine, arriva invece il suono di Tézier, stabile, pieno, governato, senza sforzo apparente.

In questo senso, l’effetto prodotto non è soltanto quello di un debutto riuscito. È qualcosa di più profondo: il ripristino di una scala di valori. Là dove negli ultimi anni il ruolo è stato spesso affidato a residui di tradizione, a memorie vocali logorate, a soluzioni di compromesso mascherate da autorevolezza, una voce di questa qualità rimette silenziosamente tutto al proprio posto. Non serve dichiararlo nè serve polemizzare: lo dice il suono stesso, che rende evidenti, per contrasto, le fragilità di ciò che lo ha preceduto.

Verdi, in queste condizioni, non ha bisogno di essere sostenuto né difeso. Cammina su una voce che lo regge davvero, che gli restituisce respiro, continuità, proporzione. E quando questo accade, Nabucco torna a essere ciò che è: non un monumento da sorreggere con fatica, ma un organismo vivo, che occupa lo spazio e lo domina con la sola forza del suono.

Natalia Di Bartolo


NABUCCO
Giuseppe Verdi
Opera in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera

Teatro: Teatro di San Carlo, Napoli
Prima rappresentazione: 18 gennaio 2026

Direttore d’orchestra: Riccardo Frizza
Maestro del Coro: Fabrizio Cassi

Regia: Andreas Homoki
Scene: Wolfgang Gussmann
Costumi: Susana Mendoza
Luci: Franck Evin

Nabucco: Ludovic Tézier
Abigaille: Marina Rebeka
Zaccaria: Michele Pertusi
Ismaele: Piero Pretti
Fenena: Cassandre Berthon
Il Gran Sacerdote di Belo: Lorenzo Mazzucchelli
Abdallo: Francesco Domenico Doto
Anna: Caterina Marchesini

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo

Produzione: Opernhaus Zürich
Allestimento del Teatro di San Carlo


Foto Luciano Romano

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